Quando siamo dei piccoli feti nell’utero della nostra mamma, lui detta già il ritmo della nostra esistenza. E’ il primo segnale della nuova vita visibile sulle immagini dell’ecografia (lo strumento che mostra il piccolissimo neo concepito) che il ginecologo mostra ai futuri genitori ed è prima vera emozione che gli procura. Non c’è papà o mamma al mondo che non si commuova vedendo quel piccolo pallino che si dilata e si restringe evidenziando l’esistenza del loro bambino. Non si vedono ancora le forme del corpo, ma “lui” è già protagonista instancabile, si preoccupa di fare arrivare il sangue nel proprio territorio; tutto il resto lo fa la mamma, ossigenando le cellule col proprio sangue e depurando il sangue col proprio rene. Poi si nasce e lui continua ad occuparsi di noi contraendosi autonomamente e preoccupandosi di soddisfare le esigenze di tutto il corpo. Serve ossigeno ai muscoli? Lui aumenta immediatamente il ritmo di lavoro, abbiamo la febbre e serve più sangue? Lui si adopera per garantirlo. Stiamo digerendo un pasto pantagruelico e il sangue, a livello intestinale, deve assorbirsi tutto quel nutrimento che gli abbiamo appioppato? Imperterrito fa gli straordinari, lavorando il doppio per assicurare ossigeno anche agli altri componenti del corpo. Il muscolo scheletrico è comandato dal nostro cervello si alza il braccio solo se lo vogliamo, quello cardiaco fa tutto da solo e decide, per conto suo, quando deve lavorare di più o di meno ed è attivo anche durante il sonno, momento in cui, per fortuna, può abbassare il ritmo. Il cuore è una pompa, divisa in due, che fa circolare il sangue:
il destro raccoglie il sangue venoso (quello povero di ossigeno perché già depositato ai tessuti) e lo spinge ai polmoni per ossigenarsi,
il sinistro accoglie il sangue ossigenato dai polmoni e lo spinge a tutto il corpo, imprimendogli una notevole pressione.
Un po’ come quelle perette che, dopo essere state schiacciate, si dilatano assorbendo il liquido per poi espellerlo quando vengono nuovamente compresse con una potenza che è direttamente proporzionale alla forza che imprimiamo, il cuore si dilata e accoglie il sangue, poi si comprime e lo espelle, con forza maggiore o minore secondo il bisogno e tanto più rapidamente quanto maggiore è la necessità. Quindi la gettata cardiaca (la quantità di sangue “pompato” ad ogni battito) e la frequenza cardiaca (quante volte si contrae al minuto) sono i due elementi chiave per ossigenare adeguatamente il corpo in ogni situazione. La prima dipende ovviamente dalla dimensione del cuore: come una siringa, tanto più è grande tanto maggiore sarà il liquido che si potrà espellere.
I DUE EFFETTI DELL’ALLENAMENTO
Il cuore si modifica con l’età crescendo di volume man mano che l’individuo si sviluppa, ossia sino ai 18 anni circa. L’allenamento potrà imprimergli un’ulteriore modificazione in due direzioni: allargando la cavità e rinforzando i muscoli che la circondano. In pratica, tornando all’esempio della siringa (o della peretta), correndo regolarmente si aumenta la dimensione creando una “camera” più grande e si ha più forza nello spingere fuori il liquido. L’allenamento lungo favorisce l’incremento di volume della cavità, quello con ripetute e intervalli la dimensione della parete (muscolo, ossia forza di contrazione).
La frequenza cardiaca si misura ponendo le dita sul polso o lateralmente al collo, tuttavia esistono degli strumenti, i cardio- frequenzimetri, che ci forniscono informazioni precise senza avere difficoltà d’interpretazione. La frequenza cardiaca è maggiore o minore a seconda del momento. A riposo, mentre dormiamo o appena svegli, raggiunge i livelli minimi. La frequenza minima, o basale, diminuisce con l’allenamento e con l’età. È normale che chi prepara una maratona abbia una frequenza, misurata appena sveglio, inferiore ai 60 battiti al minuto.
CHI SÌ E CHI NO
Il procedere degli anni abbassa progressivamente la frequenza di base (anche nei sedentari); l’anziano che si allena l’avrà, comunque, inferiore rispetto al coetaneo sedentario. La frequenza massima è invece limitata, sotto i 20 anni supera i 200 battiti al minuto, poi diminuisce progressivamente. Per spiegarci meglio, che sia Baldini o un amatore la frequenza cardiaca massima non viene modificata dall’allenamento quanto lo è, invece, quella basale. Capite il vantaggio di una frequenza basale bassa se la massima è fissa: prima di raggiungerla avrò molte più possibilità!
Chi possiede una frequenza basale di 90 battiti al minuto e la massima di 180, impiegherà poco ad arrivare alla massima; se, viceversa, parte da 50, impiegherà di più e il suo “motore” avrà un notevole margine prima di andare fuori giri, ossia sopra la soglia anaerobica.
VADO AL MASSIMO
La soglia anaerobica rappresenta quella velocità di corsa oltre la quale l’acido lattico si accumula e impedisce di proseguire a lungo. Corrisponde a una precisa frequenza cardiaca e conoscendola è un gioco da ragazzi programmare gli allenamenti di resistenza. Avendo voi letto vari articoli su come allenarsi col cardiofrequenzimetro o basandosi sul ritmo delle pulsazioni, sapete che ci si allena e gareggia a frequenze più basse della frequenza massima (la soglia anaerobica è tra 1’85 e il 92% della massima). La frequenza cardiaca aumenta linearmente con l’incremento dell’intensità dello sforzo, sino al raggiungimento della frequenza massima; poi solo l’intervento dell’acido lattico ci permette di procedere, mentre il cuore sta fornendo il massimo per ossigenare i muscoli interessati. Qualcuno si chiede se raggiungere frequenze elevate sia pericoloso e se la visualizzazione sul cardiofrequenzimetro della frequenza massima possa far rischiare la vita. La risposta è: no!
Il cuore di un corridore allenato, in condizione di salute (verificata con le periodiche visite d’idoneità) non rischia quando viene messo a massimo regime. L’acido lattico che si accumula penserà, da solo, a ridurre il regime, ma ripeto, quando affrontando una salita o in un allenamento intenso raggiungiamo frequenze vicino o uguali alla massima, la salute non rischia niente.
Per determinare la frequenza cardiaca massima è utile sottoporsi a una valutazione funzionale, ossia recarsi in un ambiente dove si venga testati su un tapis roulant, a sforzo crescente, e vengano fornite tutte le indicazioni per allenarsi al meglio. In fondo siamo tutti abituati a spendere dei soldi per fare i tagliandi dell’ automobile, ritengo importante quindi fare un tagliando anche al corpo, per ottenere il meglio dal nostro divertimento preferito: la corsa (e un test di soglia costa meno del tagliando dal meccanico).
IL RITMO
In alcune occasioni la frequenza basale può essere più elevata del solito, ad esempio in situazioni di febbre. Questo ci deve indurre, assolutamente, a verificare lo stato di salute con un termometro e, in caso di conferma dello stato febbrile, sarà doveroso non allenarsi. Se davvero tenete alla vostra condizione fisica, misurate la frequenza al risveglio tutti i giorni, imparerete a conoscere voi stessi. Se la vedete particolarmente elevata (aumentata di oltre 10 battiti) potreste avere la febbre o non avere ancora recuperato l’allenamento del giorno prima… fatene tesoro! In caso di temperatura esterna elevata, come avviene nei mesi estivi, sappiate che, a parità di velocità di corsa, la frequenza sarà più elevata anche di 10 o 20 battiti al minuto. Questo è comunque un segnale per correre il più possibile all’ ombra e cercare di bere anche durante la corsa, indipendentemente dalla sete. Nel caso in cui non vi siano fontanelle portatevi, nei mesi estivi, una borraccia in quei contenitori che si allacciano alla vita, appositamente studiati per questo scopo, che non ingombrano e non limitano la performance.
MAI PRIMA DELLA GARA
La tensione nervosa pre gara alza notevolmente la frequenza cardiaca a riposo. Quando ci si mette sulla linea di partenza si hanno frequenze quasi da sforzo. E normale che sia così, è il corpo che si prepara a lottare. Questo aspetto m’induce a raccomandarvi di non guardare il cardiofrequenzimetro prima della gara. Se siete abituati a utilizzarlo, aspettate almeno dieci minuti dallo start, altrimenti usatelo solo come strumento di allenamento, in gara conta soprattutto il cronometro.
ATTENTI AL TRENO
Se correte su un tapis roulant o vicino a una linea di corrente (ad esempio vicino alla ferrovia), avete più di 20 anni e state respirando tranquillamente, senza alcuna strana sensazione e il cardiofrequenzimetro segnala valori di 220… è un’interferenza. Non preoccupatevi, succede frequentemente in certe situazioni, lo sanno bene i ciclisti che sperimentano questo fenomeno ogni qual volta pedalano su strade limitrofe a una ferrovia.
COME FUNZIONA SOTTO SFORZO
Un altro quesito di chi corre è se la frequenza massima si possa modificare. Purtroppo no, sarebbe bello perché ad essa corrisponde il massimo consumo d’ossigeno, ossia la nostra massima potenza aerobica, ma il declino imposto dal procedere degli anni è impietoso e non ci dà scampo in tal senso. I cardiologi individuano, in tutto il mondo, la frequenza cardiaca massima come ipotizzabile seguendo la formula 220 meno l’età. A 30 anni, cioè, è teoricamente 190 battiti al minuto, a 40 anni 180 eccetera. Si consiglia sempre di calcolarla in maniera precisa con un test da campo o su tapis roulant, seguiti da un medico dello sport che illustri poi come utilizzarla. Ciò che possiamo incrementare con l’allenamento non sarà la frequenza massima, ma la soglia anaerobica che potrà alzarsi raggiungendo valori di frequenza vicino alla massima (92-94%), con ovvi vantaggi sul piano della performance. Vediamo di fare chiarezza su questi due concetti: potenza aerobica, ossia massimo consumo di ossigeno, e soglia anaerobica. Quando corriamo incrementiamo progressivamente la frequenza cardiaca, il cuore si adatta all’intensità dello sforzo per fornire l’ossigeno necessario al mantenimento di quello sforzo. Incrementiamo la velocità di corsa? Serve più ossigeno, quindi il cuore incrementa la frequenza. Questo sino al raggiungimento della velocità di corsa che corrisponde alla frequenza cardiaca massima. Oltre tale velocità il cuore non può fornire più ossigeno, ha esaurito il suo potenziale ed ecco allora intervenire il solo acido lattico che ci limiterà il tempo di mantenimento della performance. L’acido lattico inizia a essere prodotto, in parallelo al consumo di ossigeno, da una certa velocità. All’inizio, però, è come se uscisse da un rubinetto in un lavandino che lo smaltisce; man mano che incrementiamo la velocità ne viene incrementata la produzione, sino ad arrivare a un punto in cui lo sfogo del lavandino non è più sufficiente e il lavandino inizia a riempirsi.
Facciamo un esempio pratico, pensando che vi siano due motori distinti:
Uno che brucia gli zuccheri (combustibile umano per sforzi come la corsa) in presenza di ossigeno (consumo di ossigeno) e l’altro, a livello cellulare, che funziona autonomamente senza ossigeno (produzione di acido lattico). Un amatore allenato inizia a correre a 8 km/h. Il motore a ossigeno, dipendente quindi dal cuore che lo somministra tramite il sangue, basta per mantenere questa intensità di corsa. L’atleta chiacchiera coi compagni senza il minimo affanno, solo il cardiofrequenzimetro indica lo sforzo e, supponiamo, segnala 95 battiti al minuto. Dopo 5 minuti il nostro cambia passo e corre a l0 km/h. Funziona sempre un solo motore e sul cardio si legge 110. A 11 km/h la frequenza sarà 120 e il secondo motore decide di partire per supportare il primo. I due motori non si considerano, viaggiano autonomamente. Inizia così una leggera produzione di acido lattico che viene rapidamente smaltito dal corpo senza che il corridore ne risenta.
A 14km/h avverte un senso di affanno, parla a fatica e a monosillabi. L’acido lattico viene prodotto maggiormente ma ancora non si accumula, la frequenza è salita a 145. A 15km/h l’acido comincia ad accumularsi (soglia anaerobica), la frequenza è 155e l’atleta non riesce a parlare. Prova ad aumentare per un centinaio di metri, a 17km/h la frequenza è massima, di più il cuore non può incrementare l’apporto di ossigeno ai muscoli, lì c’è il massimo possibile di utilizzo dell’ ossigeno captato dall’ aria e incanalato nel sangue (massimo consumo di ossigeno). Il corridore capisce di averne per poco, fa uno sprint a 19 km/h ed è il solo motore dell’acido lattico che si impegna al massimo, ma l’acidità lo blocca, i muscoli s’irrigidiscono e lui si deve fermare. Gli ci vorranno parecchi minuti per eliminare tutto l’acido (massimo un’ora) e potere riprendere la corsa. Ora che abbiamo chiarito come funzionano il cuore e i nostri due motori durante la corsa, ricordatevi che l’ allenamento ci migliora in tutto. Quello che è importante è sottoporsi all’ annuale controllo dello stato di salute (idoneità medico sportiva per agonisti della corsa), per assicurarsi che il nostro cuore sia in buona salute e quindi in grado di sostenere gli sforzi dell’allenamento e delle eventuali gare, e rispettare le giuste pause di riposo per non fare una “indigestione di corsa”, ossia finire in sovrallenamento.